Le verità che vogliamo

19 Lug 2018

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di Rino Giacalone –  Ventisei anni da quella strage di via D’Amelio e lo scenario giudiziario non è diverso da quello di altri eccidi di mafia. Ventisei anni dalle stragi del ’92, compresa anche quella di Capaci, e le sentenze non hanno consegnato piena verità. Sulla strage che uccise Borsellino e i cinque agenti di scorta, 19 luglio 1992, è oramai chiaro il quadro, scoperto il depistaggio si dovrà però andare avanti per afferrare le ragioni di quei sei morti ammazzati, straziati dal tritolo. Bisogna dire grazie all’intenso lavoro della Procura di Caltanissetta, già da quando era guidata da Sergio Lari. Su questa strage c’è un altro processo in corso a Caltanissetta, unico imputato il latitante Matteo Messina Denaro, messo sott’accusa da un pm che conosce molto bene le dinamiche trapanesi, il procuratore aggiunto Gabriele Paci.

E già sono venuti fuori gli intrecci quelli tra mafia e massoneria, indagini su vicende antiche ma che hanno oggi ancora grande attualità se guardiamo all’organizzazione mafiosa trapanese. Il tritolo di via D’Amelio arrivò da Trapani. La riunione per decidere le stragi fu fatta a Castelvetrano. Matteo Messina Denaro non sarà il capo di Cosa nostra siciliana ma certamente il suo potere è più forte di quello di capo della Cupola. Per i segreti che si porta appresso. Gli stessi segreti che servono alla sua venticinquennale latitanza. In questo 2018 sono 25 anni dalle stragi del 1993 di Roma, Milano e Firenze, dall’attentato al giornalista Maurizio Costanzo. Anche in questo caso pagine rimaste incomplete, da definire. Il processo per queste stragi celebrato a Firenze ha poi un filo che arriva al processo palermitano sulla trattativa tra mafia e Stato, o come meglio dice l’ex pm Alfonso Sabella, tra lo Stato e la mafia.

Ci sono stati condannati eccellenti, come l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e i vertici dei Carabinieri dei Ros dell’epoca, Mori e De Donno. Forse dentro questo processo bisognerebbe andare a cercare chi Borsellino indicò, senza farne il nome ai suoi pm più vicini, Massimo Russo e Alessandra Camassa, come la persona che l’aveva tradito. Come queste altre stragi e altri delitti risalenti nel tempo siamo ancora ad attendere verità e giustizia. L’attentato al giudice Carlo Palermo compiuto dalla mafia a Pizzolungo il 2 aprile del 1985, dove un’intera famiglia, Barbara Rizzo e i suoi due figlioletti Salvatore e Giuseppe di sei anni, fece da scudo al magistrato al momento dell’esplosione. E il tritolo è risultato identico a quello usato nel 1989 nel fallito attentato all’Addaura contro falcone, lo stesso usato in via D’Amelio. L’omicidio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie, Ida Castelluccio, commesso a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989. Così per fare due esempi, che emergono dalla mia memoria.

Ma potremmo parlare di altri delitti e mi scuserete se mi soffermo solo su Trapani, il delitto del pm Gian Giacomo Ciaccio Montalto, l’omicidio di Mauro Rostagno, senza dimenticare il tentato omicidio del 14 settembre 1992 dell’odierno questore (in pensione) Rino Germanà quando era dirigente del commissariato di quella Mazara del Vallo dove primeggiava la mafia del defunto Mariano Agate, città dove trascorreva la sua latitanza Totò Riina. L’appello fatto da Fiammetta Borsellino che su Repubblica ha scritto le domande rimaste senza risposta sulla strage di via D’Amelio e l’appello perché si afferri finalmente la verità , è legittimo e da condividere. Ma la richiesta di verità abbraccia ancora tanti episodi, oltre a quelli menzionati. Ed è una richiesta di verità che arriva ai giorni nostri. Perché gli scenari di ieri non sono diversi da quelli di oggi.

Oggi tanti celebrano Falcone e Borsellino, martiri per la giustizia, e però si dimentica come in vita i due magistrati erano osteggiati. Anche dai loro colleghi. Falcone bocciato dal Csm, appellato a Palazzo di Giustizia come “sceriffo”, Borsellino costretto a giustificarsi dinanzi al Csm per le sue dichiarazioni sull’apparato giudiziario, o ancora finito tra i primi ad essere appellato come professionista dell’antimafia, per quello che fu uno scivolone di Leonardo Sciascia (o forse di più di chi sul Corriere della Sera titolò così un articolo dello scrittore siciliano), appellativo di professionista dell’antimafia che ancora oggi sentiamo attribuire a destra e a manca. Certi veri professionisti dell’antimafia sono stati scoperti con le mani nella marmellata, o forse per meglio dire con le mani a smontare e distruggere pen drive (caso Montante ex presidente Confindustria Sicilia), ma per la verità fino alle loro disgrazie giudiziarie di questi soggetti non si parlava mai male. Accade, è successo, che nei giorni del ricordo a Trapani c’è chi ha scelto la ricorrenza di via D’Amelio per imbastire conferenze dove parlare (male) di antimafia. Di Cosa nostra se ne parla poco dalle parti di Trapani, quando invece sarebbe il momento dinanzi a condanne, arresti, sequestri e confische, scioglimento di amministrazioni comunali, dinanzi a tentativi di sovvertire le norme facendo partecipare a dibattiti pregiudicati e soggetti che hanno subito misure di prevenzione, di persone che sfilano per prendersela con il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.

Come è successo a Castelvetrano dove il tentativo di rattoppare è stato peggio dello strappo. Oggi come ieri ci sono magistrati che vedono messo a rischio il loro lavoro, dalle manine di altri loro colleghi, o anche da strane irruzioni negli uffici e nelle loro auto blindate. Dopo le stragi del 92 qualcuno disse che tanto esplosivo fu innescato per fermare indagini. Oggi c’è chi solleva clamori pieni di fango sempre con lo stesso obiettivo, fermare le indagini. Accade a Trapani, ma non solo a Trapani. Ma sopratutto a Trapani, dove c’è chi si impegna ogni giorno per demolire, anche attraverso l’informazione, il lavoro giudiziario. Ed allora la verità su tanti eccidi compiuti dalla mafia, e dentro questa mafia stragista non possono non essere compresi uomini delle istituzioni poco inclini a rispettare il giuramento di fedeltà allo Stato, sono forse più mafiosi dei “punciuti”, va cercata perché serve ad illuminare quello che sta succedendo oggi. La mafia non spara più non perché è più debole, ma semmai è vero il contrario, è più forte, si muove meglio dentro le stanze del potere, non ha bisogno di ricorrere ai delitti. E’ una mafia che trova alleati in ogni settore pubblico ed economico. E lavora molto bene. E’ quella mafia che nella sola provincia di Trapani ha riconquistato tanti uomini d’onore, usciti dalle carceri, e sono usciti anche soggetti che avevano condanne all’ergastolo. I report consegnati dagli investigatori alla commissione nazionale antimafia portano un numero eclatante, oltre 250 boss sono liberi.

Noi oggi della mafia militare, dell’organizzazione delle famiglie mafiose sappiano tanto, non conosciamo ancora bene cosa è Cosa nostra 2.0, e chi indaga sulla nuova mafia, colletti bianchi, area grigia, oggi subisce lo stesso riguardo che in vita veniva dedicato a Falcone e Borsellino. Ed allora presto la verità su ogni cosa, se vogliamo salvare le nostre libertà e il nostro diritto di cittadinanza democratica. Per quanto ci riguarda non fa passi indietro il mio/nostro lavoro di giornalisti seri e impegnati, chiamateci pure giornalisti antimafia, ci riconoscete la scelta che ci inorgoglisce, di non volere essere mai stati per un solo secondo dalla parte della mafia. Non ci fermano le minacce, le pacche sulla spalla, e neanche le sentenze di condanna a favore di chi intanto è accusato di corruzione. Ci piace essere come lo era il prefetto di Trapani Fulvio Sodano, deciso contro i mafiosi che si tenevano stretti i beni sequestrati e confiscati, stare con la schiena dritta avvertendo gli avversari che chi semina spine non deve mai camminare scalzo.

Rino Giacalone (giornalista)