APPUNTI PER LA RICOSTRUZIONE #2

10 Lug 2018

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di Antonio Di Grado – “Aggiustare? No, ricostruire” scrive Claudio Fava.

E io penso a quegli anni ’60 in cui nacque una “nuova sinistra”. Così fu chiamato quell’arcipelago di fermenti, lotte, riviste e pulsioni perfino esistenziali da cui scaturì il ‘68, di cui quest’anno celebriamo (con molta pigrizia, con troppo conformismo) il cinquantenario. Quella sacrosanta rivolta (e non a caso parlo di rivolta: le rivoluzioni avvicendano a un potere un altro potere, un nuovo stato e nuovi eserciti, nuove ma sempre uguali gerarchie, coercizioni, sopraffazioni) fu un sussulto prima di tutto esistenziale, in cui confluirono, accanto a un “marxismo critico” e al rifiuto della cauta Realpolitik del PCI, accanto al “cattolicesimo del dissenso” nato nelle parrocchie delle periferie, impulsi elementari e vitali come il bisogno di sbattere dietro le spalle la porta di casa, di inventare un rapporto più libero e gioioso tra i sessi, di contestare irridere e ribaltare i poteri incrostati su scuole, università, famiglie, giornali, partiti, istituzioni. E non a caso quella rivolta nasceva nei cineforum o nella febbrile lettura di tanti libri, e nella condivisione del dolore del “mondo offeso” letto nelle cronache del Vietnam o nelle immagini dell’Africa affamata, o incontrato in quelle periferie così vicine alle nostre oasi di tetro benessere.

Inutile interrogarsi sulla fine di quel sogno: ci fu chi ne lucrò carriere e prebende, chi impugnando un’arma piombò nel gorgo dell’autodistruzione, chi coltivò (e mi ci metto anch’io) illusioni riformiste prima o poi naufragate, e chi invece preferì avvilupparsi nell’eskimo di una nobile ma impotente nostalgia.

Ma anche adesso bisogna ricominciare, inventare una “nuova sinistra”: con uno spirito da rivoltosi, da dissenzienti, da disobbedienti, non da “rivoluzionari di professione” e da apparatniki fuori tempo; ricominciare dalla “immaginazione al potere” (giusto per citare uno dei pochi slogan ancora vivi in quella generosa e confusa accozzaglia di slogan e mitologie), da una “trasmutazione di tutti i valori” (se è lecito citare anche l’ostico Nietzsche) di cui farsi ricognitori e agenti. E da quelle periferie abbandonate dalla vecchia sinistra (ricordate le vivaci e gremite sezioni del PCI del tempo che fu?), ma anche dalla scuola e dall’università dove il pensiero critico è stato definitivamente bandito.

Ricominciare, dunque. Non dalle alchimie partitiche, non dalla vecchia politica, non da quella generazione (la mia) in fin dei conti fallimentare, ma da nuove lotte, fermenti, pulsioni, incontri e sentimenti. Dal 6% raccattato alle ultime elezioni? Nemmeno. Da zero. Da ora. Con infinito amore.

Ricominciare da capo, dai movimenti, dal popolo dei reietti e degli indignati, dalle isole di libertà e fraternità nelle pieghe d’una società feroce e asservita, dal volontariato, dai giovani senza futuro, dal “sogno di una cosa”. Ma perché ciò avvenga, perché in Italia rinasca una sinistra all’altezza della sua grande storia otto-novecentesca e soprattutto delle nuove sfide del presente, occorre anche azzerare quel pulviscolo di partitini, nomenclature, pregiudizi ed egoismi, quelle lugubri confraternite di combattenti e reduci, che tuttora pretendono, senza alcun mandato e con esiti patetici, di rappresentare quell’area. Ricominciare da capo, appunto. Si può, si deve.

Antonio Di Grado (docente universitario)