IL DEPISTAGGIO DI VIA D’AMELIO

08 Feb 2019

La Commissione Regionale Antimafia, presieduta da Claudio Fava, ha approvato la relazione finale sul depistaggio di via D’Amelio. Ottanta pagine di testimonianze, documenti e ricostruzioni di fatti, che individuano certe e circostanziate responsabilità istituzionali, investigative e processuali, relative alla realizzazione di “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.

Sono queste le parole usate dai giudici della corte d’assise di Caltanissetta nella motivazione della sentenza del processo Borsellino quater, sulla strage che il 19 luglio 1992 uccise il procuratore aggiunto e cinque agenti della sua scorta. Un depistaggio lungo 26 anni e quattro processi, cominciato pochi istanti dopo l’esplosione, andato avanti tra anomalie, irritualità e forzature, sul piano procedurale e sostanziale, e realizzato con il concorso di molteplici volontà, azioni e omissioni.

Pezzi di un unico, intricatissimo mosaico, che la Commissione ha individuato, raccolto e disposto in successione, cercando di delineare i tratti del disegno originale. Un disegno criminoso messo in atto da Cosa Nostra ed altri centri di potere, che alla mafia si affiancarono per organizzare la strage e il successivo depistaggio.

“Abbiamo pensato che fosse dovere della Commissione non tanto rispondere alle molte domande rimaste inascoltate, ma fare in modo che queste domande arrivassero a destinazione” ha detto Claudio Fava durante la conferenza stampa di presentazione della relazione. Sono le domande che la famiglia di Paolo Borsellino ha rivolto per anni in ogni ambito e livello istituzionale, quelle che la figlia Fiammetta ha ripetuto nella sua audizione in Commissione. Ciascuna di esse esige ancora una risposta.

 

Relazione conclusiva